Educatore presso la Casa di Rieducazione minorile dal 1956 al 1971
Lorenzo Maiale è stato educatore presso la Casa Rossa dal 1956 al 1971 nel periodo in cui la struttura svolgeva la funzione di casa di rieducazione maschile minorile.
La casa di rieducazione era sorta lì perché l’allora commissario prefettizio Antonio Colucci, presidente della Fondazione Gigante, stipulò una convenzione con il Ministero di Grazia e Giustizia. Perciò la Casa Rossa iniziò ad ospitare ragazzi affidati dal tribunale per i minorenni di Bari che vivevano nella struttura e svolgevano le attività pratiche nei terreni circostanti.
Furono anni molto difficili, racconta Lorenzo Maiale. Molti di loro non avevano conseguito la quinta elementare e quindi dovevano recuperare il diploma. C’erano molti ragazzi provenienti anche da Napoli poiché l’ispettore competente di allora operava per la Puglia e la Campania.
Lorenzo Maiale all’epoca dei fatti aveva 19 anni e i ragazzi detenuti erano suoi coetanei perché in quegli anni la maggiore età si raggiungeva ai 21. Inoltre, la Costituzione del 1948 non aveva modificato il codice precedente del 1931, il Codice Rocco e quindi chi lavorava in quel contesto doveva applicare una metodica che al momento non aveva alcun fondamento legislativo.
Fu così che si operò a favore di un modello di gestione differente da quello del carcere, più orientato ad uno modello collegiale. I responsabili della struttura, tra cui Lorenzo, furono pionieri di un nuovo modo di rieducare, fondato sulla fiducia, sulla collaborazione, sulla stima di questi ragazzi che dovevano in qualche modo essere reintegrati nella società che li aveva esclusi. Fu una sorta di esperimento, Alberobello sembrò una prigione a cielo aperto e i ragazzi si sentivano di appartenere alla comunità.
Diedero avvio ad un nuovo sistema, quindi, che univa la vita collegiale con l’aspetto scolastico con attività pratiche di agraria e meccanica. L’obiettivo era quello di reinserirli nel contesto sociale e formarli dal punto di vita lavorativo.
A supporto di questo sistema furono anche istituiti dei gruppi famiglia. I ragazzi e gli educatori vivevano e svolgevano insieme qualsiasi attività, dai pasti alle varie attività di teatro, calcio, agricole.
Ma l’approccio non fu semplice e in una prima fase si incontrarono diverse difficoltà.
Nel suo racconto Lorenzo fa riferimento ad una intervista piuttosto recente, fatta in occasione dell’Apulia Land Art Festival, dove riporta alcuni episodi della sua vita nella casa di rieducazione e li riporta anche qui: un episodio avvenuto durante una sera a cena quando ha aiutato con la sua capacità di ascoltare un ragazzo, con una condizione familiare problematica, ad aprirsi e a fidarsi di lui ed un altro legato alla sua paura, paura dettata dall’incertezza di come questi ragazzi potevano reagire e perciò inizialmente dormiva di notte con la sua pistola sotto al cuscino.
La parola che Lorenzo usa più spesso nel corso di questa intervista è umanizzare. La loro fu una vera e propria opera di umanizzazione, diedero la possibilità di andare oltre il trattamento penale riuscendo a convincere anche il Ministero a portare i ragazzi in campeggio per 15 giorni vivendo all’avventura. I ragazzi furono coinvolti in tutte le iniziative, alcuni di loro provavano anche a fare la guardia.
Anche le uscite era gestite diversamente, si abolì in un certo senso la pratica di fargli indossare la divisa e farli camminare in fila per due con un educatore all’inizio della fila e uno in coda, e si favorì un approccio più orientato alla libertà e alla responsabilità. Lasciati liberi di “agire”, i ragazzi si sentivano completamente liberi di esprimersi ma soprattutto di non tradire mai quelle persone che invece in loro avevano riposto una grande fiducia. Difatti, quando qualcuno provava ad allontanarsi non lo faceva mai alla presenza dell’educatore, ma capitava di notte quando tutti dormivano in modo tale da non causare problemi al loro responsabile.
Lo sviluppo di questa nuovo approccio probabilmente ha funzionato perché molti di loro poi hanno intrapreso carriere lavorative di un certo livello, agenti di reclusione, dipendenti della pubblica sicurezza, uno ad esempio diventò motociclista della pubblica sicurezza nella scorta del papa.
Per avvicinare i ragazzi ancora di più ad Alberobello e ai suoi abitanti venne costruito un piccolo teatro all’interno della Casa Rossa e furono organizzati degli spettacoli sulla vita di Don Enrico Tazzoli dei 10 martire di Belfiore. Questi spettacoli ebbero un grande successo e il direttore didattico chiese loro di esibirisi anche per i bambini di quarta e quinta elementare.
Un’altra parola chiave che ritorna in questa intervista è rieducare. Lorenzo Maiale era fermamente convinto che lo scopo della casa era proprio quello di rieducare, perché molti di quei ragazzi avevano commesso reati e subito una condanna a causa di contesti familiari che non gli avevano assicurato una vita nel rispetto delle norme e della società. Erano anni in cui si iniziava già a pensare ad una riforma penitenziaria che si ispirasse ai paesi scandivani dove si promuoveva una figura che diventava un “familiare” in un contesto di rieducazione e non di correzione, come era scritto nel Codice Rocco. E poi effettivamente nella nuova riforma penitenziaria venne introdotto l’affidamento e i ragazzi venivano collocati presso gli enti pubblici.
Per quanto riguarda i direttori dell’istituto si citano alcuni nomi: il primo fu Bocconi ma rimase per pochi mesi, poi Giovann Panascì, e dopo Antonio Turco. L’esperienza di Lorenzo si è interrotta intorno al 1971 con un trasferimento per avanzamento di carriera ma comunque in quel periodo cessò la convenzione con il Ministero di Grazie e Giustizia e l’istituto fu chiuso e abbandonato, gli ultimi ragazzi reclusi furono trasferiti a Locorotondo.
Il modello di rieducazione della Casa Rossa fu un modello nuovo e innovativo, di simili ce ne furono ben pochi come ad esempio quello di Deliceto. Nel resto di Italia invece il modello era basato comunque su un sistema penitenziario obsoleto per quegli anni.
Per loro fu una grande prova di coraggio questo modo di agire. Ricorda a tal proposito un episodio avvenuto a Bologna quando nel corso dell’organizzazione per un’uscita i detenuti furono lasciati liberi di andare con grande sorpresa dei presenti che si erano invece sempre basati su un altro modello di comportamento. Ovviamente questo aspetto dipendeva in parte dalla figura del giudice di sorveglianza del tribunale di competenza e quello di Bari, per loro di Alberobello, lasciò carta bianca.
La maggior parte dei ricordi di Lorenzo sono legati alla sua esperienza lavorativa e di vita dagli anni 1957 al 1971. Tutto ciò che era successo prima lo ha appreso con delle letture, documentandosi con curiosità. Scoprire che quel luogo è sempre stato un luogo di sofferenza ha rafforzato ancora di più in lui un senso di benevolenza e comprensione, di cui avevano proprio bisogno i ragazzi detenuti.
Il progetto “Le storie della Casa Rossa” è stato realizzato da Lorenzo Scaraggi. Interviste e video di Lorenzo Scaraggi. Ricerche di Lorenzo Scaraggi e Antonietta D’Oria. Progetto realizzato con la collaborazione di Lucia Lazzaro, Valentina Mastropasqua, Annalisa Tedone, Mauro Corbascio e Nello Poli con il supporto della Fondazione Casa Rossa di Alberobello. Progetto finanziato dal Comune di Alberobello attraverso la strategia regionale “La Cultura si fa Strada – I luoghi della Memoria” (Legge regionale n.6772018, art. 49) della Regione Puglia.